Questo sito fa uso di cookies, propri e di terze parti, necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la cookie policy. Chiudendo questo banner, accetti l'uso di tutti i cookies.

Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu'

Approvo
 
  
 
 
   
Renato: “Della vostra esperienza in Africa avete un ricordo particolare relativamente a cibi e/o bevande? C’è qualcosa che avete assaggiato con particolare piacere o qualcosa che assolutamente non vorreste che vi venisse riproposto?
 
Alice: “Molti i cibi gustosi che si potrebbero elencare. Ho apprezzato in particolare chapati ed ugali, da consumare insieme alla carne; ed a proposito di carne, ho assaggiato quella di capra e quella di cammello (un po’ dura, in verità) e quella di coccodrillo, davvero buonissima, al punto che mi piacerebbe trovarla anche qui! Per il bere, adoravo le bibite del marchio Fanta al gusto di ciliegia ed ananas; in Italia non si trovano ma, credetemi, erano davvero gustosissime!”
Daniela: “Per le bevande, aggiungerei il chai, la Tusker e l’uji”.
Suor Jola: “Quello che proprio non vorrei che mi venisse riproposto è il maziwa lala… tu, Renato, lo adoravi!”
Renato: “Vero! Per questo ne avevo sempre una tazza in mano, che facevo bere a Serafino! Passando ora al cibo, ne ricordate uno con particolare piacere?”
Suor Jola: “Le banane fritte mangiate in Camerun, eccezionali!!! E, non ci crederai, ma ricordo come ottima anche la carne della vipera regalataci dai pigmei in Camerun”.
Momo: “A me piaceva la frutta. Frutta con sapore di vera frutta, non come quella che mangiamo qua! L'ananas, in particolare, ed anche i manghi e le banane. Invece a me non piaceva il chai. Anch’io davo sempre la mia tazza a Serafino!”
Serafino: “Concordo quasi su tutto, tranne sul fatto che fossi poi io a bere le tazze di Renato e Momo! In realtà io le giravo ad Enrico. Comunque, a chai e maziwa lala preferivo la birra dell’elefante!”
Sonia: “Mi associo”.
Renato: “Come: ti associ? Non hai altro da dire?”
Sonia: “Ma se ti lamenti sempre che parlo troppo! Per questa domanda mi associo alle risposte degli altri!”.
Marie-Claire: “Io invece avrei qualcosa da dire…”
Renato: “Ahi, ahi…”
Suor Jola: “Preparate i cuscini…”
Sonia: “Si fa notte…”
Marie-Claire: “Che antipatici ! Allora… In genere il cibo era semplice e poco elaborato. A differenza di quanto accade in Italia, la colazione era un vero e proprio pasto, e variava a seconda di dove ci venisse preparata. Si trovavano cibi sia salati che dolci. Il tutto era accompagnato dall’immancabile chai, il the al latte, e dall’uji, il porridge a base di farina di miglio. Solitamente, nei villaggi visitati, il cibo era povero ma sostanzioso: ci sono state offerte patate bollite, frutta (banane, ananas, passion fruit, arance), chapati e chai. Altrimenti poteva capitare di mangiare gli avanzi della sera precedente (lì non si spreca proprio nulla!) accompagnati da pietanze cucinate sul momento: carne, salsicce, uova, frutta, verdura cotta, o insalate di pomodori e cipolle tagliate a fettine sottili, i chapati (che io adoravo) ed ancora pane in cassetta spalmato di margarina marca blue band con marmellate di vari tipi.”
Daniela: “E siamo solo alla colazione…”
Marie-Claire: “Per il pranzo, di solito ci veniva proposto un piatto unico di ugali (polenta di farina di mais bianco) accompagnato da bocconcini di carne, da una verdura di aspetto simile agli spinaci (solitamente managu o sukuma) e dal sughetto di cottura della verdura e della carne”.
Renato: “Ti piaceva l’ugali?”
Marie-Claire: “Sì, non era male, anche se il suo sapore inizialmente risulta un po’ insipido, in quanto durante la cottura non viene aggiunto il sale, ma si accompagna bene alla carne ed alla verdura. A volte l’ugali viene sostituito dal riso bollito. La carne proposta, invece, di solito è di pollo (kuku), oppure bovina o di capra. La carne di pollo è molto buona, in quanto gli animali non provengono dagli allevamenti intensivi, ma sono allevati a terra, mentre la carne bovina risulta un po’ dura, ma il sapore è piacevole. La verdura ricca di ferro ricorda un po’ i nostri spinaci anche se si avverte una leggera punta amarognola. Il sapore comunque è buono e anche questa viene servita col suo sughetto di cottura. Spesso il piatto è accompagnato dai chapati, che, ripeto, io a-d-o-r-a-v-o, e che sono una specie di piadina cotta su un piatto metallico posto sul fuoco. Il chapati è un piatto la cui ricetta proviene dall’India e a seconda delle zone si prepara con farine di diversa natura. I chapati che abbiamo mangiato noi erano in farina di frumento. Dovete pensare ai chapati come all’equivalente del nostro pane, un cibo per accompagnare altro cibo.”
Renato: “Altri piatti che ti piacevano?”
Marie-Claire: “Samosa e mandazi, anch’essi di contaminazione indiana. I samosa, che sono salati, sono involtini di pasta ripieni di verdure o carne, spesso speziati, di sapore molto gradevole. I mandazi, invece, dolci, sono frittelle di pasta senza ripieno”.
Renato: “Grazie, Marie… C’è ancora qualche cibo che vuoi segnalare ai nostri curiosi lettori prima di passare alla prossima domanda?”
Marie-Claire: “Uhm… fammi pensare… Mi piaceva il githeri, una pietanza povera composta da mais e fagioli cucinati insieme. Per il resto posso associarmi a quanto detto dagli altri: la frutta esotica era di un sapore speciale, banane, passion fruit, avocado, mango, ananas, arance, papaia.”
Renato: “Per la cena puoi dirci qualcosa?”
Marie-Claire: “La cena era simile al pranzo, più o meno si mangiavano le stesse cibarie. Una cosa particolare è che in Africa non hanno il senso del tempo, le cose si fanno ma senza orario; per cui poteva capitare che facessimo pranzo alle 17 in un villaggio e cena alle 19 nel villaggio successivo. Ed i pasti, essendo noi ogni volta gli ospiti d’onore, erano tutti particolarmente abbondanti!”
Renato: “Grazie, Marie, hai dato una risposta davvero esaustiva! Passiamo ora alla seconda domanda…”
Marie-Claire: “Avrei però ancora qualcosa da dire anche sulle bevande...”
Renato: “Ok…”
Marie-Claire: “Durante la giornata, spesso vengono serviti il chai e l’uji e quando si fa visita a qualcuno è molto probabile che venga offerto il “maziwa lala”, che consiste in un latte fermentato con dei piccoli frammenti di cenere ed è considerato una golosità da offrire agli ospiti. La bevanda viene servita a temperatura ambiente ed è conservata in speciali “borracce” ricavate da una particolare zucca il cui interno viene affumicato. Un’altra bevanda ricorrente è la coca cola, diffusa anche nei villaggi più sperduti, alla volte è più semplice ed economico comprare la coca cola che trovare l’acqua potabile! Nei negozi si trovano inoltre delle bevande prodotte e vendute dalla Coca Cola, in particolare la Stoney Ginger Beer o Stoney Tangawizi, che è una bibita analcolica (soft drink) allo zenzero.”
Sonia: “La parola tangawizi o tangawisi in swahili significa zenzero”.
Marie-Claire: “La Stoney Tangawizi ha un intenso sapore, appunto, di zenzero che permane in bocca al bevitore; sinceramente l’ho trovata troppo forte e dopo qualche sorso non sono più riuscita a berla. Per i non autocnoni, è fortemente sconsigliato bere l’acqua dei pozzi a meno che non sia stata preventivamente bollita come nel caso del chai. Nei negozi e nei supermercati comunemente si trovano le bottigliette di acqua. Un’altra bevanda tipica del Kenya è la Tusker, la birra locale molto apprezzata anche dagli stranieri. E con questo ho finito!”
Renato: “Grazie, Marie! E’ stato un intervento davvero interessante il tuo. Allora se nessun altro ha qualcosa da dire, io passerei a…”
Valentina: “Io vorrei aggiungere qualcosa…”
Suor Jola: “Ok!”
Valentina: “Allora, il trauma più forte che ho provato quando abbiamo dovuto abituarci al loro cibo è stato dettato dal fatto che loro non usavano i condimenti: il riso, la carne, le verdure, tutto quello che mangiavamo (tranne che nei ristoranti, ovviamente) era cotto con semplice acqua, forse qualche erbetta o spezia c'era nella cottura, sì, ma essendo noi abituati a sapori ben più speziati quel loro modo di cucinare per me è stato una novità cui non è stato facile abituarmi. La cosa più buona che ho mangiato è stata la verdura: si sentivano il sapore della terra e la genuinità della preparazione. Come Marie, ho adorato i chapati, per noi che non li abbiamo nella nostra cultura erano un'ottima colazione, un ottimo accompagnamento ai pasti e un'ottima merenda! Insomma, i chapati andavano bene ad ogni ora! Terribile invece l'ugali! Quella polenta non andava giù neanche con l'accompagnamento di sei litri d'acqua, al mangiare ugali preferivo il bere il maziwa lala! Che è tutto dire!”
 
  
Renato: “L’Africa era un mondo di colori, anche per quanto riguarda gli abiti e le acconciature. Avete dei ricordi in merito?”
 
Alice: “Per ciò che riguarda le acconciature non posso non citare le mitiche treccine che io stessa ho provato sulla mia testa!”
Valentina: “Anch’io!”
Sonia: “Anch’io! Ricordo la ragazza che ha impiegato quasi 5 ore nel farmi le treccine, era disperata, stanchissima! Diceva che avevo tantissimi capelli!”
Renato: “Marie, tu non hai niente da dire a questo giro?”
Marie-Claire: “In effetti sì. Le donne africane portano spesso i capelli corti, probabilmente a causa della difficoltà nel pettinarli a causa dei ricci piccoli e serrati. Queste caratteristiche non permettono di poter variare molto il loro look. Una buona soluzione per mantenerli in ordine sono appunto le treccine che vengono realizzate con molta pazienza dalle donne africane intrecciando ciocche di capelli sintetici con i capelli naturali: questa tecnica permette di ottenere una capigliatura più lunga e folta.”
Sonia: “Wow! Ora ho capito cosa fosse successo alla mia testa!”
Alice: “Tra i samburu, dove sono stata io, le donne portano i capelli rasati, mentre sono i giovani guerrieri a portare lunghe treccine colorate con l'ocra rossa. In effetti sono anche molto vanitosi!”
Valentina: “Molte donne portavano parrucche!  Avendo i capelli corti corti e ricci ricci o indossavano parrucche o facevano le treccine con i capelli finti, non c’era altra soluzione. Le signore anziane a volte indossavano un velo in testa, le più giovani (solo quelle, però, di una certa classe sociale) si agghindavano con un fazzoletto colorato in testa nei giorni di festa. Invece ho qualche ricordo in più per quanto concerne gli abiti. Avete presente i vestiti da principessa che le bambine usano in Italia a carnevale? Per le bambine africane, quelli erano gli abiti da "festa", gli abiti della domenica, che indossavano apposta per andare a messa. A me ha colpito molto quella circostanza: ogni giorno vedevamo quelle bambine con abiti vecchi, strappati, e la domenica le stesse bambine andavano a messa vestite da principessa. In realtà anche quell’unico vestito da festa era sempre lo stesso, passato di figlia in figlia anno dopo anno, a guardarlo bene si vedeva che era sgualcito, però, ecco, questo dettaglio dell’abito da principessa per la messa a me ha colpito! Un altro aneddoto particolare che posso raccontare, e che forse ha impressionato solo me, è questo: in un mese di esperienza missionaria ho visto migliaia di persone ma una sola donna che portasse i pantaloni”.
Sonia: “Curioso! A me, invece, dei vestiti hanno colpito i colori vivaci e le stoffe bellissime!”
Daniela: “Sì, i kanga, i kitenge, teli coloratissimi e utilizzabili per fare abiti.”
Marie-Claire: “In effetti nelle città, l’abbigliamento era prevalentemente in stile europeo, mentre nei villaggi le donne usavano vestiti realizzati da sapienti sarte con i variopinti e vivaci tessuti tipici (i kitenge, appunto). Inoltre, spesso, usavano i coloratissimi kanga, delle pezze di tessuto di formato rettangolare, che vengono annodati in vita, portati sulle spalle, per coprire le testa o per trasportare i bambini sulla schiena delle donne. Solitamente i kanga presentano una frase in swahili che fa riferimento a un avvenimento particolare o riportano detti e aforismi”.
Alice: “Sul vestiario io posso aggiungere che mentre i giovani tendono a vestire ormai in modo abbastanza occidentale, continuano ad esserci persone vestite in abiti tradizionali, con collane di perline molto colorate e tessuti simil scozzesi su sfondo rosso... la tipica coperta scialle samburu, per essere chiari.”
Renato: “E lo stesso vale per i masai”.
 
   
Renato: “Avete mai visto film ambientati in Africa? Se sì, mi citate qualche titolo di film che vi sia particolarmente piaciuto e/o che fareste vedere durante un corso di formazione per un viaggio in Africa?”
 
Alice: “La Masai Bianca”.
Daniela: “The first grader”.
Suor Jola:  “Lost in Africa. Nowhere in Africa.”
Momo: “Hotel Rwanda. Invictus.”
Serafino: “L'ultimo Re di Scozia, Un altro mondo, L'ultima alba, ma il film al quale sono più legato è Muzungu di Giobbe Covatta”.
Valentina: “Sognando l’Africa”.
Marie-Claire: “Il re leone!”
 
   
Renato: “Avete mai letto dei libri che parlassero di Africa?”
 
Momo: “Ti seguirò oltre 1000 colline. Un'infanzia africana, di Hanna Hansen. Le mie fiabe africane, di Nelson Mandela”.
Serafino: “Tutti quelli di Wilbur Smith.”
Sonia: “Il sogno del bambino stregone, di Luca Castellitto. Io, Safiya, di Raffaele Masto.”
Alice: “Ho letto il libro “La masai bianca”, da cui è stato tratto il film. La biblioteca sul cammello, di Hamilton Masha. L’interprete briccone, di Bâ Amadou”.
 
 
  
Renato: “Vi piace ascoltare musica africana? Avete qualche ricordo della vostra esperienza africana legato alla musica?”
 
Suor Jola: “Mi piace tantissimo la musica di Emmy Kosgei e specialmente due sue canzoni: "Mamite Neu Cheiso" e "Kimwechinin". Nel 2010 abbiamo fatto un esperienza missionaria a Majengo alla periferia di Eldoret in Kenya e quasi tutti i giorni ci spostavamo in macchina per visitare le singole comunità appartenenti alla parrocchia che ci ha ospitato. Nel viaggio ascoltavamo sempre Emmy e alla fine dell'esperienza tutti abbiamo comprato i suoi CD.”
Daniela: “Oltre ad Emmy Kosgei, che forse è la cantante più amata in Kenya, citerei Stella Mwangi. Mi piace molto anche Saba Anglana, cantante italo-somala che canta anche in swahili. La musica è sempre parte della vita in Kenya, la mattina ci si sveglia spesso con la musica alta dei vicini, e il ballo ovviamente accompagna la musica! Insomma non c’è Africa senza musica!”
Serafino: “Miriam Makeba e la sua intramontabile Pata Pata”.
Valentina: “In effetti non ascolto musica africana, qua in Italia. Ma il ritmo, e quelle voci spettacolari delle persone che abbiamo incontrato nel viaggio di Siongiroi, le custodisco bene nel mio cuore. Io amo la musica in generale, ed uno dei più bei ricordi che ho del viaggio del 2011 è la musica. Il loro esprimere le emozioni cantando; il loro modo di comunicare cantando. Dal "benvenuto" al "buon appetito", dal "grazie" all'"addio" ogni cosa è cantata, e i canti durano tantissimo, e anche se improvvisati sono sempre canti che non hanno mai una nota fuori posto!”
Sonia: “A me invece piace molto ascoltare la musica africana, mi riporta con il cuore e la mente laggiù. Ricordo che prima di partire per l'Africa ascoltavo quasi sempre Baba yetu. Mi piace molto Emmy Kosgei e ascolto tutte le sue canzoni: molto bella in particolare Taunet nelel”.
Alice: “Mi hanno molto colpito i canti che ho sentito durante le messe, che erano sempre molto movimentate ed allegre! I ragazzi e le ragazze di là sanno usare la voce come uno strumento e intonano canti a più voci molto melodiosi, la loro voce ha un sound naturale davvero strepitoso!”
 
   
Renato: “Conoscete dei proverbi africani? Se sì, il vostro preferito?”
 
Suor Jola: “Il mio proverbio preferito è di origine masai: "Questo pianeta non ci è stato regalato dai nostri progenitori: esso ci è stato prestato per i nostri figli".”
Daniela: “Haba na haba hujaza kibaba (Una goccia dopo l’altra riempie il bicchiere)” 
Serafino: “Quando un leone ruggisce, non prende la selvaggina”.
Sonia: “Se volete andare in fretta, andate soli; se volete andare lontano, andate insieme. Mi ricorda molto il loro ritmo della vita, pole pole, lentamente.”
Renato: “Marie-Claire?”
Marie Claire: “Per educare un bambino occorre tutto un villaggio… Se vuoi arrivare primo, corri da solo, se vuoi arrivare lontano, cammina insieme… Dove c'è un desiderio c'è una via… L'amico è colui con il quale si condivide il cammino… Nel buio tutti i gatti sono leopardi… I lavori delle donne sono numerosi come le stelle del cielo… Quello che è mio è tuo, e quello che è tuo è tuo… Haraka haraka haina baraka ("la fretta non è benedetta")…”
 
Intervista a cura di Renato Amatteis. All’intervista hanno partecipato: Alice Ronco, Daniela Fiorito, Sr. Jola Plominska, Marie-Claire Canepa, Momo Oliveri, Serafino Lia, Sonia Caraci, Valentina Martone.
 

 

© 2013 - Sognavamo l'Africa o.n.l.u.s.    C.F. 95615760014